Umanizzare la Terra

Da humanipedia.

Libro di Silo inserito nel Volume I delle Opere Complete dell'Autore. Scritto nel 1988 e pubblicato per la prima volta in spagnolo nel 1989.

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Spiegazione

Umanizzare la terra è costituito da tre diversi scritti aventi in comune lo stile, che è quello della prosa poetica, il tono, che è parenetico (cioè esortativo), e la divisione in paragrafi.

Il primo testo, Lo Sguardo Interno, è stato terminato nel 1972 e rivisto nel 1988. Il secondo, Il Paesaggio Interno, terminato nel 1981, ha subito alcune modifiche nel 1988. Il Paesaggio Umano è stato scritto nel 1988. Tra la prima pubblicazione de Lo sguardo interno e la sua successiva correzione trascorrono sedici anni. In questo lasso di tempo il libro è circolato in numerose lingue dell’Oriente e dell’Occidente. Ne è derivato un intenso rapporto personale ed epistolare tra l’autore e lettori di diversi paesi che ha sicuramente contribuito alla decisione di modificare vari capitoli dell’opera. Ci si era infatti resi conto che, all’interno delle diverse realtà culturali con cui essa era venuta in contatto, erano state fornite interpretazioni quanto mai diverse del testo; alcune parole, poi, avevano presentato serie difficoltà di traduzione ed erano state rese in modi che avevano falsato il loro significato originario. Quanto detto vale anche per II paesaggio interno anche se in questo caso tra il momento in cui fu scritto e quello in cui fu rielaborato trascorrono sette anni. L’aggiornamento dei primi due testi al fine di assemblarli insieme al terzo sembra essere il risultato di un piano prestabilito dato che la correzione dei primi due libri e la redazione finale del terzo sono state effettuate nello stesso anno. D’altra parte, Il paesaggio umano, pur mantenendo i tratti fondamentali delle due opere precedenti, si differenzia da queste per il fatto di mettere in evidenza certi aspetti caratteristici del mondo culturale e sociale, e ciò ha determinato un cambiamento di stile che inevitabilmente ha finito per trasmettersi alle altre componenti dell’opera.

Quanto ai contenuti, possiamo dire che Lo Sguardo Interno tratta del senso della vita. La contraddizione, intesa come stato psicologico, ne costituisce il tema principale. Il libro sostiene che allo stato di contraddizione corrisponde il vissuto interiore della sofferenza mentale, e che il superamento di tale sofferenza è possibile nella misura in cui la vita personale si orienta verso la realizzazione di azioni non contraddittorie in generale e, più specificamente, di azioni non contraddittorie nel rapporto con gli altri. Il paesaggio interno tratta del senso della vita inteso in rapporto alla lotta contro il nichilismo, lotta che si combatte all’interno di ogni essere umano e all’interno della vita sociale, ed esorta a trasformare la vita in militanza attiva al servizio dell’umanizzazione del mondo. Il paesaggio umano cerca di trovare un fondamento per le azioni umane operando una trasformazione del significato e dell’interpretazione di valori ed istituzioni che sembravano definitivamente accettati. I tre scritti che compongono Umanizzare la terra costituiscono tre momenti di un unico processo: dall’interiorità più profonda, dal mondo dei sogni e dei simboli, si passa al paesaggio esterno e poi al paesaggio umano. Si tratta di uno spostamento continuo del punto di vista, di un percorso che inizia nel mondo più intimo e personale e termina con un’apertura sul mondo interpersonale, sociale e storico.

Conferenza dell'Autore

Conferenza data al Centro Scandinavo a Reykjavik, Islanda il 13 Novembre del 1989

Quest’opera, Umanizzare la terra, è composta in realtà da tre testi. Il primo, Lo sguardo interno, completato nel 1972, è stato corretto nel 1988. Il secondo, Il paesaggio interno, terminato nel 1981, ha subito alcune modifiche nel 1988. Infine, Il paesaggio umano è stato scritto nel corso del 1988. Si tratta dunque di tre lavori risalenti a epoche differenti ma che, come vedremo in seguito, sono legati tra loro da un intreccio di rapporti; inoltre, essi sviluppano un discorso in un certo qual modo unitario, cosa questa che ha permesso di montarli in sequenza. Per il momento, vorrei mi fosse permesso considerare l’opera da un punto di vista formale.

Si tratta di tre libri scritti in prosa poetica, divisi in capitoli articolati, a loro volta, in paragrafi. Questa segmentazione in paragrafi, unita allo stile parenetico o esortativo, che ricorre molto di frequente, nonché alla natura di alcuni dei temi trattati, ha fatto sì che vari critici abbiano classificato l’opera come appartenente al genere mistico. Non che questa attribuzione mi dispiaccia, sia chiaro; ritengo però che le ragioni addotte per giungere a tale conclusione non siano sufficientemente fondate. Il primo criterio usato dalla critica, quello relativo alla segmentazione in paragrafi e alla numerazione delle frasi, è in effetti comune a numerose opere della letteratura mistica; lo troviamo nei versetti biblici e nelle sure del Corano, nelle yasna e fargards dell’Avesta e, infine, nelle Upanishad. Ma dobbiamo ammettere che, così come esistono opere appartenenti alla letteratura mistica la cui struttura è esente da questo ordinamento, vi sono molti testi di tipo legale che invece presentano una tale caratteristica. In effetti i codici civili, penali, processuali, eccetera, sono suddivisi in sezioni, titoli, articoli, commi e così via. La stessa cosa si verifica oggi per dei testi che ci arrivano dai campi delle scienze matematiche e della logica. Chi consulti i Principia di Russell od il Tractatus di Wittgenstein, converrà con noi che non si tratta di opere propriamente mistiche.

Passiamo ad esaminare il secondo criterio, quello che si riferisce alla funzione esortativa svolta dal discorso grazie al frequente ricorso a proposizioni imperative, le quali (a differenza di quelle affermative) non possono essere sottoposte a prova di verità. Una tale caratteristica appare con una certa frequenza nelle opere appartenenti al genere religioso ma non esclusivamente in quelle. Tuttavia il discorso non è costruito solo su sentenze imperative: molto spesso, infatti, appaiono riflessioni e ragionamenti e si dà al lettore la possibilità di giudicare, sulla base della propria esperienza, la validità di quanto viene enunciato. Voglio dire, in ultima analisi, che se si sta classificando ellitticamente quest’ultima mia opera come “mistica”, intendendo in realtà dire che si tratta di un’opera “dogmatica”, i criteri usati per farlo non sono adeguati.

Anche sulla base della natura di alcuni dei temi sviluppati - e qui veniamo al terzo criterio utilizzato di critici - si è stabilita una connessione tra il mio libro e la letteratura religiosa. In effetti, le religioni si sono occupate di temi come “la fede”, la “meditazione”, “il senso della vita” e simili ma gli stessi temi sono stati affrontati anche da pensatori e poeti preoccupati delle questioni fondamentali dell’esistenza umana.

Si è anche detto che questa è un’opera di carattere filosofico. Ma chiunque si addentri nella lettura si renderà conto che essa non somiglia affatto ad un testo di filosofia e tanto meno ad un trattato ordinato con rigore sistematico. E’ soprattutto Il paesaggio umano, terzo libro di quest’opera, che induce ad un simile errore di classificazione; esso è stato considerato anche come uno scritto di sociologia o psicologia, quando in realtà l’intenzione dell’autore era tutt’altra. Quel che non possiamo negare è che in tutta l’opera siano presenti, di quando in quando, considerazioni che rientrano nell’ambito di quelle discipline. Né potrebbe essere altrimenti, dal momento che si cerca di presentare proprio le situazioni nelle quali si svolge la vita umana. Insomma sarebbe perfettamente ammissibile, ed anzi lo ammetto fin da ora, dire che alcuni temi sono affrontati con un’ottica psicologica, altri con un’ottica sociologica o filosofica o persino mistica, ma non mi sembra corretto classificare l’opera come specificatamente appartenente ad uno dei suddetti generi.

In definitiva mi sentirei sollevato se si dicesse semplicemente che questo lavoro è stato scritto senza pensare ad inquadramenti rigidi e che esso pone in primo piano i temi più generali, i più ampi, che una persona si trova ad affrontare nel corso della propria vita. E se mi si chiedesse una sorta di definizione, direi che si tratta di un’opera di pensiero sulla vita umana scritta in prosa poetica. Conclusa questa breve riflessione sulle questioni formali, passiamo a discutere dei contenuti.

Il primo libro, intitolato Lo sguardo interno, si occupa del senso della vita. Il tema principale che vi si affronta riguarda lo stato di contraddizione. Nel libro si afferma che allo stato di contraddizione corrisponde il vissuto interiore della sofferenza mentale, che il superamento di tale sofferenza è possibile nella misura in cui la spinta a compiere azioni non contraddittorie diventa la direzione costante della propria vita e che tali azioni sono quelle che vanno al di là della problematica personale e che hanno come obiettivo qualcosa di positivo per gli altri. Riassumendo: Lo sguardo interno parla del superamento della sofferenza mentale grazie allo slancio verso il mondo sociale, il mondo degli altri, sempre che le azioni compiute a questo scopo siano sperimentate come non contraddittorie. Il testo di questo primo libro diventa a tratti un po’ oscuro per via della gran quantità di allegorie e di simboli che vi compare: sentieri, dimore e strani paesaggi che vengono percorsi o scelti in accordo con la situazione che si sta vivendo. Una delle allegorie più importanti è quella dell’albero: l’antico albero della vita che appare nella Kabbalah o nelle leggende sulla creazione degli aborigeni Makiritare delle selve amazzoniche che professano il culto yekuana. E’ l’albero del mondo che unisce il cielo alla terra e che nella vostra Völuspà islandese prende il nome di Yggdrasill... Dunque, in questo libro c’è una sorta di pianta topografica, una sorta di mappa degli stati interni nei quali una persona può venirsi a trovare nel corso della sua vita. Lo stato di confusione, di vendetta, di scoramento, appaiono allegorizzati in sentieri e dimore che si susseguono nell’“Yggdrasill” de Lo sguardo interno; ma vi si trova anche l’uscita dalle situazioni contraddittorie, la speranza, il futuro, l’allegria, in una parola: lo stato di unità o non contraddizione. In questo libro troviamo anche un capitolo dedicato ai “Principi di azione valida”. Si tratta di un insieme di raccomandazioni o di detti, utili a tenere a mente determinate leggi di comportamento che possono servire a conquistarsi una vita che abbia unità e senso. Non sfuggendo allo stile allegorico di tutto il libro, i Principi assumono un carattere metaforico come mostrano i seguenti esempi : “Se per te stanno bene il giorno e la notte, l’estate e l’inverno, hai superato le contraddizioni”; “Non opporti ad una grande forza. Retrocedi finché non si indebolisce; allora avanza con risolutezza.” Troviamo raccomandazioni di questo tipo, per esempio, nell’Hàvamàl1[1] laddove si dice: “L’uomo con tatto deve saper misurare la propria forza; se ci sono uomini forti non si può andare contro tutti”... I Principi sono, in realtà, qualcosa di simile a delle leggi di comportamento che però non sono state pensate come delle prescrizioni di ordine morale o giuridico, bensì come la descrizione dei modi costanti in cui si manifestano certe forze e dell’effetto che esse hanno, in termini di reazione, su colui che agisce.

Il secondo libro, Il paesaggio interno, riprende lo stile del precedente ma senza la stessa enfasi sulle allegorie e i simboli. La descrizione diventa più “esteriore” nel senso che si applica al mondo dei valori culturali e in modo sempre più deciso al campo sociale. All’inizio di questo secondo libro si legge: “Salta al di là della tua sofferenza e allora non crescerà l’abisso ma la vita che è in te. Non c’è passione né idea né atto umano che possa ignorare l’abisso. Parliamo allora dell’unica cosa che meriti di essere trattata: l’abisso e ciò che l’oltrepassa.” Questa modo di presentare le cose, in apparenza dualista, mette in evidenza quelle che il libro considera le preoccupazioni fondamentali e cioè la “crescita della vita” e l’annientamento di essa. L’annientamento, nel momento in cui viene definito come “abisso”, sembra quasi sostanziarsi e prendere corpo, ma si tratta semplicemente di una licenza poetica; infatti il solo fatto di menzionare termini come “annientamento dell’essere”, o come, seguendo Heidegger, “cancellazione” dell’essere, avrebbe provocato una rottura stilistica irreparabile. Non stiamo dunque parlando di “abisso” in termini sostanziali, bensì come annientamento od oscuramento del senso della vita umana. E’ chiaro che, una volta compreso il concetto di “abisso” come non essere, come non vita, e non come entità in sé, la prima impressione di dualismo scompare. Il concetto di “abisso” è stato scelto per le implicazioni psicologiche che possiede, dato che risveglia i vissuti interiori di vertigine che vanno insieme ad una sensazione contraddittoria di attrazione e di repulsione: quell’attrazione verso il nulla che vince tutto nel caso del suicidio o dell’ebbrezza distruttiva e che motiva il nichilismo di un individuo, di un gruppo o di una civiltà. Qui non si sta parlando dell’angoscia come in Kierkegaard o della nausea come in Sartre, intese rispettivamente come disintegrazione passiva del senso e come crocevia delle scelte; si sta parlando della vertigine e dell’attrazione per il nulla come di un’attività distruttiva, come di una sorta di motore di avvenimenti personali e sociali che contendono alla vita la supremazia ed il potere. In effetti se nell’essere umano esiste la libertà di scelta, allora sarà possibile modificare quelle condizioni che nel loro svolgimento meccanico prefigurano una catastrofe; se, al contrario, la libertà umana non è che un pietoso mito, allora non avrà alcuna importanza quel che gli individui o i popoli decideranno, dato che gli avvenimenti porteranno semplicemente e meccanicamente alla crescita della vita o, al contrario, alla catastrofe, al nulla, al nonsenso.

In questo libro si afferma che nella vita umana esiste la libertà, libertà a determinate condizioni, ma pur sempre libertà. E vi si dice anche di più: che il senso della vita è per sua essenza la libertà e che la libertà rifiuta ciò che è assurdo ed ogni cosa “data” e questo perfino quando ad essere data sia la Natura. E’ la lotta contro ciò che è “dato”, contro il dolore e la sofferenza, contro le avversità di cui la natura ha disseminato il cammino dell’essere umano, è questa lotta che ha reso possibile lo sviluppo della società e la civiltà. La vita umana, insomma, non è cresciuta grazie al dolore e alla sofferenza; al contrario, si è dotata dei mezzi per vincerli. Ormai la decisione di ampliare i margini della libertà non dipende dal singolo individuo: questi, infatti, non è dotato di una natura fissa bensì di una dinamica storica e sociale, per cui risulta obbligato a responsabilizzarsi e ad agire per la società e per tutti gli altri esseri umani. In questa stessa linea di pensiero, nel capitolo VII de Il paesaggio interno si dice: “Creatore di mille nomi, costruttore di significati, trasformatore del mondo... i tuoi padri ed i padri dei tuoi padri continuano in te. Non sei una meteora che cade ma una freccia luminosa che vola verso i cieli. Sei il senso del mondo; quando chiarisci il tuo senso, illumini la Terra. Quando perdi il tuo senso, la Terra si oscura e l’abisso si apre.” E più avanti: “Ti dirò qual è il senso della tua vita qui: umanizzare la Terra! Che cosa significa umanizzare la Terra? Significa vincere il dolore e la sofferenza, imparare senza limiti, amare la realtà che costruisci. (...) Non compirai la tua missione se non userai le tue forze per vincere il dolore e la sofferenza in coloro che ti circondano. E se riuscirai a far sì che essi, a loro volta, intraprendano il compito di umanizzare il mondo, il loro destino si aprirà e per loro inizierà una vita nuova”.

In sintesi Il paesaggio interno tratta del senso della vita inteso in rapporto alla lotta contro il nichilismo, lotta che si combatte all’interno di ogni essere umano e della vita sociale ed esorta a trasformare la vita in militanza attiva al servizio dell’umanizzazione del mondo. Come si può comprendere, in questo libro non si parla di soluzioni semplicemente personali dato che queste, in un mondo sociale e storico, non esistono. Quanti pensano che i loro problemi personali possano essere risolti con una sorta di introspezione o con una qualche tecnica psicologica, commettono un grave errore, poiché solo le azioni che si rivolgono al mondo ed agli altri - purché naturalmente si tratti di azioni dotate di senso - permettono di trovare una soluzione ai problemi personali. Ed a chi obiettasse che una tecnica psicologica può avere una sua utilità, il libro sembra rispondere che i benefici di essa potranno essere misurati solo nella prospettiva dell’azione da svolgere nel mondo, prospettiva in cui tale tecnica appare null’altro che uno strumento di supporto all’azione coerente. Infine Umanizzare la terra affronta il problema del tempo e lo fa in modo allegorico. Il tempo qui si mostra nella sua temporalità reale, nella sua azione simultanea e quindi in modo ben diverso da come lo intendono la percezione ingenua o tante teorie filosofiche per le quali passato, presente e futuro non formano affatto una struttura ma costituiscono una semplice successione di istanti che all’infinito fluiscono all’“indietro” ed in “avanti”, ed in quanto istanti mai si toccano tra loro. Nel testo il tempo della coscienza viene presentato come una struttura nella quale agiscono simultaneamente sia quanto mi è accaduto nell’arco dell’intera vita, sia quanto mi succede in questo stesso istante, sia quanto mi sta per succedere, inteso come possibilità, come progetto che potrà realizzarsi in un termine più o meno prevedibile. Sebbene mi appaia come “non ancora”, il futuro determina il mio presente attraverso il progetto lanciato da me adesso, da me “in questo momento”. L’idea del tempo come struttura e non come pura e semplice successione di istanti indipendenti l’uno dall’altro è un’intuizione che l’essere umano ha avuto sin dall’antichità, anche se l’ha sviluppata attraverso miti e leggende. A questo proposito, ne La profezia della veggente, che appare nel vostro poema, l’Edda, ai paragrafi 19 e 20, leggiamo: “So che un frassino sacro si erge, l’alto Yggdrasill, lambito da limpide acque... da lì venivano donne assai sagge, tre, dalle acque che l’albero ha ai suoi piedi; una Urd si chiamava, Verandi l’altra - così portava incisa la sua tavoletta - Skuld la terza. Esse reggevano i destini degli esseri umani, attribuendo ad ogni uomo la sua sorte.” Quindi il passato, il presente ed il futuro non sono successioni di istanti ma determinanti strutturali di situazione. Orbene, ne Il paesaggio interno leggiamo: “Strani incontri questi, in cui il vecchio soffre per il suo breve futuro e si rifugia nel suo lungo passato. L’uomo soffre per la sua situazione presente e cerca riparo in ciò che è accaduto ed in ciò che accadrà, a seconda che guardi davanti a sé od alle proprie spalle. Ed il giovane soffre perché il suo breve passato lo tallona, e si rifugia in un lungo futuro. Tuttavia, riconosco in quei tre volti il mio volto e mi sembra di comprendere che ogni essere umano, qualunque sia la sua età, può passare da un tempo all’altro e vedere in ognuno di essi fantasmi che non esistono. O forse esiste oggi l’offesa che ho patito nella mia gioventù? Forse esiste oggi la mia vecchiaia? E’ forse reale il pericolo che in questa oscurità si annidi già la mia morte? Ogni sofferenza s’insinua attraverso il ricordo, attraverso l’immaginazione od attraverso ciò che viene percepito. Ma è anche grazie a queste tre vie che esistono il pensiero, il sentimento e l’azione dell’essere umano. Allora, è vero che queste tre vie sono necessarie, ma è anche vero che esse diventano canali di distruzione quando la sofferenza le contamina”.

I primi capitoli del terzo libro, Il paesaggio umano, sono dedicati a chiarire il significato di paesaggio e quello di sguardo (che si dirige verso il paesaggio), ed a mettere in discussione il modo comune di guardare il mondo e di apprezzare i valori stabiliti. Questo lavoro sottopone a revisione il significato del proprio corpo e di quello degli altri, il significato della soggettività e di quello strano fenomeno che è l’appropriazione della soggettività dell’altro. Ne deriva uno studio sull’intenzione suddiviso in capitoli: l’intenzione nell’educazione; l’intenzione nel modo di raccontare la Storia; l’intenzione nelle ideologie, nella violenza, nella Legge, nello Stato e nella Religione. Non si tratta, come è stato detto, di un libro puramente contestatario, perché esso propone nuovi modelli per ogni tema sul quale esercita la propria critica. Il paesaggio umano cerca di trovare un fondamento per le azioni umane operando una trasformazione del significato e dell’interpretazione di valori ed istituzioni che sembravano definitivamente accettati. Quanto al concetto di “paesaggio” direi che esso costituisce un elemento fondamentale del nostro sistema di pensiero, come testimoniano opere successive quali Psicologia dell’immagine e Discussioni storiologiche. In ogni caso nel libro che stiamo commentando l’idea di “paesaggio” non viene molto approfondita e la spiegazione che ne viene data si inquadra nel contesto di un’opera che non ha la pretesa di sviluppare un pensiero rigoroso. Vi si dice, infatti: “Paesaggio esterno è ciò che percepiamo delle cose; paesaggio interno è ciò che filtriamo di esse con il setaccio del nostro mondo interno. Questi due paesaggi sono una cosa sola e costituiscono la nostra indivisibile visione della realtà”. Nessuno meglio di voi islandesi può comprendere queste idee. Pur trovandosi sempre all’interno di un paesaggio, l’essere umano non necessariamente è cosciente di esserlo. Ma quando il mondo in cui si vive si presenta come il contrasto massimo, come una contraddizione impossibile da sostenere, come l’equilibrio instabile per eccellenza, allora il paesaggio si trasforma in un dato vivo della realtà. Gli abitanti degli immensi deserti e quelli delle pianure infinite hanno in comune il fatto che il loro orizzonte mette in comunicazione, in lontananza, la terra con i cieli; e laggiù, in quella lontananza, alla fine non si sa quale sia la terra e quale il cielo... solo una vuota continuità compare innanzi agli occhi. Ma ci sono luoghi in cui il gelo estremo si scontra con il fuoco estremo, il ghiacciaio con il vulcano, l’isola con il mare che la circonda. Ed ancora, dove le acque dei geyser irrompono furiosamente sulla terra e si lanciano verso il cielo. Dove tutto è contrasto, tutto è finitezza l’occhio si dirige alle stelle immobili e le scruta in cerca di riposo. Ecco, allora, che i cieli stessi cominciano a muoversi e gli dèi danzano e cambiano forma e colore nelle gigantesche aurore boreali. E l’occhio finito si ripiega su se stesso generando sogni di mondi armoniosi, sogni eterni, sogni che cantano storie di mondi andati nella speranza del mondo che verrà. Per questo credo che quei luoghi siano paesaggi in cui ogni abitante è un poeta che non sa di esserlo; in cui ogni abitante è un viaggiatore che porta la sua visione ad altri luoghi. Ma in verità ogni essere umano, in misura diversa ed in maniera diversa, ha qualcosa dell’isolano; perché il suo paesaggio particolare si impone sempre sulla sua visione percettiva, perché noi tutti non vediamo esclusivamente quello che abbiamo davanti, ed anzi i paragoni e le nuove scoperte che facciamo le facciamo a partire da ciò che abbiamo già conosciuto prima. Dunque, quando vediamo le cose sogniamo e poi prendiamo i nostri sogni per la realtà stessa.

Ma il concetto è più ampio, poiché esso include non solamente il paesaggio naturale che appare davanti ai nostri occhi ma anche quello umano e sociale. E’ certo che ogni persona interpreta le altre a partire dalla propria biografia e mette nell’altro più di quanto percepisce. Per questo non vediamo mai ciò che l’altro è in sé ma dell’altro sempre abbiamo uno schema, un’interpretazione che deriva dal nostro paesaggio interno. Il paesaggio interno si sovrappone a quello esterno: ma quest’ultimo non è solo un paesaggio naturale, è anche un paesaggio sociale ed umano. Ma, come sempre avviene, la società cambia e le generazioni si succedono; necessariamente allora, una generazione, quando arriva il suo momento di agire, cerca di imporre i propri valori e le proprie interpretazioni, i quali però si sono formati in un’epoca ormai passata. Le cose vanno relativamente bene in momenti storici di stabilità; ma in momenti di grande dinamicità, come quello attuale in cui il mondo sembra cambiare sotto i nostri piedi, la distanza tra le generazioni aumenta enormemente. Dove si dirigerà il nostro sguardo? Che cosa dobbiamo imparare a vedere? Non è affatto strano che al giorno d’oggi si stia diffondendo l’idea che “stiamo andando verso un nuovo modo di pensare”. Oggi bisogna pensare rapidamente perché tutto procede sempre più in fretta e quella che fino a ieri credevamo fosse una realtà immutabile oggi già non lo è più. Perciò, amici, ormai non possiamo più pensare sulla base del nostro paesaggio se questo non si dinamizza e non si universalizza, se non diventa valido per tutti gli esseri umani. Dobbiamo comprendere che i concetti di “paesaggio” e di “sguardo” possono servirci per avanzare verso quel “nuovo modo di pensare” che si annunzia e che il processo di mondializzazione, sempre più accelerato, ormai esige.

Ma torniamo al terzo libro, Il paesaggio umano. E’ chiaro che i temi relativi alle istituzioni, alla Legge ed allo Stato assumono una speciale rilevanza quando si parla di paesaggio umano e che, nella formazione di questo, l’educazione ricevuta, le ideologie vigenti, nonché la concezione propria del momento storico in cui si vive sono fattori che debbono essere presi in seria considerazione. In questo terzo libro si parla di tali fattori e non semplicemente per criticarne gli aspetti dannosi quanto, soprattutto, per proporre un modo particolare di osservarli, per aiutare lo sguardo a cercare altri oggetti, per imparare a vedere in modo nuovo.

Concluderò queste note di commento aggiungendo che i tre libri che compongono Umanizzare la terra costituiscono tre momenti di un unico processo: dall’interiorità più profonda, dal mondo dei sogni e dei simboli, si passa al paesaggio esterno e poi al paesaggio umano. Si tratta di uno spostamento continuo del punto di vista, di un percorso che inizia nel mondo più intimo e personale e termina con un’apertura sul mondo interpersonale, sociale e storico.

Questo è tutto, grazie.

Edizione originale

Humanizar la Tierra viene pubblicato in Argentina per la prima volta nel 1989

Humanizar la tierra-Silo-PyJ.jpg Plaza y Valdés, Messico en 1989. Planeta, Argentina data?. Ecuador, 2004. Editorial Leviatan, Argentina 2011. copertina Rafael Edwards. Editorial Beta Hydri, Bolivia 2013. Ediciones León Alado, Spagna 2013.

Traduzioni

Il libro è tradotto in catalano, ebraico, finlandese, francese, inglese, italiano olandese, portoghese, russo, tedesco.

Edizioni in altre lingue

Il libro è stato pubblicato in varie edizioni in francese da Editions Références; in inglese da Latitude Press; in ceco da Trado Image; in protoghese dalle Edizioni del Movimento Umanista del Brasile, in tedesco dal Movimento Umanista.

Versión italiana. Versión francesa. Versión francesa. Versión alemana. Versión en catalán a cargo de Ediciones León Alado, 2013.

Edizioni italiane

Senza contare le precedendi edizioni de Lo Sguardo Interno (V.) il libro ha avuto una edizione a cura di Edicril nel 1990, alcune edizioni successive a cura del Movimento Umanista stesso e quattro edizioni, a partire dal 1995, a cura della Multimage inclusa l'attuale del 2005; in queste quattro edizioni si conta anche quella delle Opere Complete, Vol. I

Links

  • L’Hàvamàl costituisce una sezione dell’Edda in poesia cioè di quella parte dell’Edda che contiene il ciclo di racconti mitologici ed eroici dei popoli scandinavi. L’Hàvamàl (“Le parole di Colui che è in alto”) raccoglie i detti in cui si esprime la saggezza del dio Odino. Esso segue la parte cosmogonica o Völuspà (“La profezia della veggente”) nella quale appare l’immagine dello Yggdrasil (“L’Albero del Mondo”) e delle tre Norne, Urg, Verandi e Skuld, che come le Moire della mitologia greca allegorizzano il passato, il presente ed il futuro (N.d.T.).